Il Barolo tra crisi, ripensamenti, speranze e incubi

Sarebbero moltissime le cose da dire, e da raccontare, soprattutto emozioni e sensazioni e stati d’animo, di ritorno da quattro intense giornate trascorse nella Langa albese, nelle magnifiche terre del Barolo.
Aggirarsi in questo periodo tra Barolo, La Morra, Monforte d’Alba, Castiglione Falletto, Verduno e dintorni, e incontrare i protagonisti del vino, vignaioli noti e meno noti, offre la possibilità di capire come il grandissimo vino che del Nebbiolo è la massima espressione stia vivendo una fase cruciale. Un momento particolarmente difficile, dove il Barolo è diviso tra crisi, ripensamenti, speranze e incubi.
Per capire meglio quel che sta accadendo voglio proporvi di ascoltare le parole di uno scrittore, Nico Orengo, che nel suo recente, bellissimo romanzo, Di viole e liquirizia (titolo che più barolesco non si potrebbe) pubblicato da Einaudi (155 pagg. 15,50 euro), ambientato tra Alba e dintorni, propone una riflessione critica su quel che è accaduto negli ultimi quindici anni, su errori compiuti, ingenuità, assenze di strategie, di una lucidità implacabile.
Scrive Orengo mettendo in bocca queste parole ad un taxista che funge da coscienza critica e filo conduttore di tutto il racconto: “Vuol comprare una vigna ? Qui non si compra più niente. Nessuno vende. Chi ha la terra se la tiene. Gli ultimi che l’han venduta, negli anni Settanta, per scendere alla Fiat di Torino, han preso diciassette milioni all’ettaro. Oggi ne vale anche settecento, ottocento. Si guardi intorno: son tutti miliardari. Finché dura…”.
Non è durata. E non solo perché, è ancora Orengo a parlare, “siamo diventati, qui in Langa, una grande cantina: la Ferrari del vino… e anche la Ford…”, o perché “qui in Langa è tutta un’invenzione. Inventiamo da sempre. Ci siamo inventati la Langa, un paradiso di vigna per amanti del vino e turisti”, dove domina incontrastata una grande “retorica del vino”.
Ma soprattutto perché, è ancora la coscienza critica del romanzo di Orengo a parlare, anche se le sue parole hanno l’accento inconfondibile e indimenticabile di quel grande vecchio del Barolo, Bartolo Mascarello, di cui ogni giorno di più avvertiamo l’assenza, da quando “in Langa non si guarda in faccia nessuno”, ed “é il portafoglio a cantare”, da quando “non c’è più un albero da frutto. Tagliati tutti i frutteti per far posto alla vigna. Un paesaggio monotono:colline e colline di vigna tutte uguali”, di una certa anima della Langa sembra essersi persa ogni traccia e “non c’è più posto per niente, per un ricordo, sembriamo nati tutti signori da quando questa non è più terra di malora”.
Una trasformazione, segnata, secondo Orengo, da una mutazione quasi antropologica, “qui nessuno ha più i modi del contadino, salvo rare eccezioni. Il resto è chimica e meccanica in mano a enologi, tecnici, pubblicitari, rappresentanti internazionali”, che ha fatto sì, che anche in Langa, il vino sia diventato “un’industria. Come fare fuoriserie” e dall’avvento di un homo novus e di un novello modello economico.
E’ alla luce di questi cambiamenti epocali che è più facile capire come ora, fine 2005, il Barolo, nonostante un’infilata di grandissime annate targate anni Novanta che non ha precedenti nella sua storia, versi in grandi difficoltà, nonostante un’immagine e una notorietà internazionale mai così forti.

Errori fatti per ingenuità, per la disabitudine di una civiltà contadina avvezza più a prendere batoste e a tirare la cinghia che al successo, anche economico, per una certa comprensibile ingordigia.

Ma anche, scomparsi i grandi leader come i Ratti, e fattisi sempre più rari i personaggi capaci di essere riconosciuti come veramente super partes, e capaci di perseguire interessi generali e non particolari, per l’assoluta incapacità, soprattutto di quel grande assente di questi anni che è stato il Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe Roero di delineare strategie, di immaginare gli scenari futuri, di pensare, per il Barolo, un modus operandi che non si limitasse alla scelta, suicida, di aumentare gli ettari vitati, di far crescere il numero di bottiglie prodotte, di far salire, grande annata dopo grande annata, i prezzi. Oltre a cambiare sensibilmente lo stile e l’identità dei vini per compiacere il wine writer e l’importatore Oltre Oceano di turno.
Oggi nel mondo del Barolo, dopo la grande euforia, dopo l’illusione che the golden years fossero eterni, e la crescita continua ed inarrestabile, si respirano in maniera palese sconcerto paura, e incertezza, sentimenti che trapelano non solo dall’evidenza rappresentata da cantine mai così piene da tanto tempo, da un business al rallentatore e, in molti casi, di mutui, per investimenti decisi negli anni felici, da pagare comunque.
Lo si coglie dallo scarso entusiasmo che trapela dalle parole dei protagonisti, dall’inquietudine circa il futuro di questa terra e di questa denominazione, dal timore che il giocattolo bellissimo possa essersi rotto e che il Barolo, nelle preferenze di tanti enoappassionati di tutto il mondo, possa essere sostituito, lui che è unico ed inimitabile, da altri vini, molto meno unici, ma più in sintonia con quell’ariaccia brutta che tira sui vari mercati.
Tanti dubbi laceranti nei discorsi dei produttori, sul senso del produrre o meno un piccolo quantitativo di Barolo 2002, anche se diversi vini dimostrano, alla prova dell’assaggio, che sono molto migliori di quel che si possa pensare e di una ingiusta nomea che circonda questa annata, sullo stile da adottare per i vini (quanti ripensamenti, anche se non dichiarati, in corso !), dopo gli anni delle sperimentazioni e delle innovazioni spinte, sui prezzi a cui proporre i vini, sul rapporto con la stampa e con le guide, che in questi anni è stato spesso acritico e succube.
Tanti interrogativi ( di cui darò ancora conto nei prossimi giorni sotto forma di riflessioni), ma un fascino unico, dato dalla grandezza indiscutibile di molti vini (bevuti, nell’elegantissima cornice del nuovo ristorante Piazza Duomo di Alba due Barolo Bricco Rocche Ceretto 1990 e 1982 da urlo), dalla bellezza e dall’autenticità di tanti vignaioli, dalla verità indiscutibile del Nebbiolo e del Barolo. Un fascino scandito dalla stregante atmosfera di questi bricchi e sorì, dove nonostante i cambiamenti intercorsi, tutto sembra ritornare, in certi momenti magici, come un tempo.

Come non amare, fortissimamente, e nonostante tutto, queste terre, queste colline e colline di vigna, quando, come scrive magnificamente Orengo, d’inverno “sale la nebbia e tutto si ferma, fuorché l’umido: una ragnatela di gocce d’acqua che si arrampica ovunque e sembra di stare dentro un grande lampadario. Non ci sono rumori, se non qualche ramo che trova la forza per spezzarsi o qualche pietra che scoppia nel gelo. Il gelo lastrica le strade e si va come sulla tastiera di un piano stonato.” ?
f.z.

Il Barolo tra crisi, ripensamenti, speranze e incubiultima modifica: 2005-11-21T10:01:47+01:00da franco_tiratore
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4 pensieri su “Il Barolo tra crisi, ripensamenti, speranze e incubi

  1. un’analisi perfetta, che è applicabile ai moscati, alla tonda gentile delle langhe, a tutte le produzioni langarole, ma perfettamente in linea conl’anima del langhet, divisa tra una sorta di cieca grettezza e unabrillantezza aristocratica, mentre spariscono i Mascarel e i Pinot Gallizio, dove i vecchi Ferrero e Miroglio hanno ceduto il passo alla spersonalizzazi one del consiglio di amministrazione .

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