Ricordo di Bartolo Mascarello ad un anno dalla morte

Sembra ieri ed è già passato un anno da quando, il 12 marzo del 2005, il grande patriarca del Barolo, Bartolo Mascarello, ci ha lasciato silenziosamente, con la discrezione e lo stile che l’hanno sempre contraddistinto.
Quante cose sono successe nel mondo del vino italiano ed in quello del Barolo, in questi 12 mesi. E quante volte, leggendo ad esempio il libro di Nico Orengo Di viole e liquirizia, ambientato nelle terre del Barolo e del Barbaresco, o un articolo di un giornalista francese, giunto in Langa per poi non capire nulla di questa terra e dei suoi vini, oppure assaggiando un Barolo e commentandone le caratteristiche, ed in tante altre occasioni, come quando l’ex re del Barbaresco si è messo a vendere i suoi vini i conto deposito, ci siamo sorpresi a chiederci chissà cosa ne avrebbe detto Bartolo…

Perché in passato, per me negli ultimi dieci – quindici anni, era naturale e ovvio ricorrere a Bartolo come ad una riserva di saggezza, come ad un vero protagonista ed un acuto interprete, non appena nel piccolo mondo del vino di Langa, accadeva qualcosa e si avvertiva la necessità di capire, di andare oltre gli slogan ed i cliché per cogliere il reale significato di un fatto e la portata di un gesto, di una presa di posizione, di una scelta.
Bastava telefonargli, contando sulla squisita cordialità della moglie Franca e della figlia Maria Teresa, che ha raccolto saldamente e con forza il testimone di una storia tanto formidabile, oppure, meglio ancora, quando il lavoro, la passione o la nostalgia (perché se è vero che si può soffrire di Mal d’Africa, anche la Langa e le terre del Barolo possono mancare tanto e non solo a chi ci è nato…) portavano ad Alba e dintorni, suonare a quel campanello.

E venire subito accolti, con antica cortesia, in quel salottino colmo di libri, di bottiglie e di fotografie, dove Bartolo, bunet in testa e matite colorate a portata di mano, inventava le sue magnifiche poetiche etichette, e accoglieva l’ospite, un goccio di Barolo di quello buono sempre a disposizione, dispensandogli il tesoro di un’esperienza, di un’umanità, di un’arguzia e ironia (e autoironia) che più trascorre il tempo e più ci manca.
Bastava dare il là a Bartolo, raccontargli quello che accadeva fuori sulle sue amatissime colline intorno a Barolo, Monforte, Serralunga, Castiglione, La Morra, oppure nelle città dove le vigne sono solo un miraggio e subito si veniva investiti dalle sue parole, conquistati dal loro suono piano e rassicurante.

Introdotti in un mondo fatto di antichi valori, di persone perbene, di rispetto del lavoro di chi ci ha preceduto negli anni, di tradizione e non di tradimento, dove si stava bene e tutto, anche le cose più inspiegabili, apparivano improvvisamente chiare.
Ora tutto questo, purtroppo, non è più e quella voce, quei pomeriggi, quei discorsi, quelle osservazioni a metà tra il candore ed il sarcasmo, ma mai cattive, e sempre divertite, appartengono solo ai ricordi, i più cari, quelli indelebili, di chiunque abbia avuto la fortuna di poter contare non dico sull’amicizia (che forse sarebbe troppo) ma sulla consuetudine con Bartolo e sulla sua stima.

Che arrivando da un uomo asciutto, d’una sola parola e tutto d’un pezzo com’era lui, rappresenta già il più alto dei riconoscimenti.
Saranno gli storici, gli scrittori, i saggisti (e già più di un progetto prevede di farlo) a raccontare agli appassionati della Langa e del Barolo e a tutte le persone curiose e di buona volontà che uomo straordinario e unico sia stato Bartolo Mascarello.

Quale ruolo centrale e fondamentale abbia avuto nella storia di questo grande vino albese, e quale valore di testimonianza, di richiamo al buon senso, di collegamento alla storia, all’identità e alle radici, alla fatica contadina e all’intraprendenza imprenditoriale di tanti grandi personaggi, abbiano avuto le sue parole.

Sempre lucide, taglienti, precise, anche quando capitava, come capita alle persone che tanto hanno vissuto e che vedono la moltitudine dei loro ricordi far velo sulla precisione, di esprimerle non con la foga o la retorica oratoria che caratterizza i tromboni, i politicanti ed i furbi di ogni tipo. Che parlano benissimo, che possono incantarti con le loro parole, ma in realtà non hanno niente da dire…

In attesa dei libri che ci raccontino il Bartolo uomo e vignaiolo e che ce ne facciano cogliere meglio la grandezza, è bello ed in qualche modo consolatorio sottolineare come, per un divertente gioco del destino, il primo anniversario della sua morte veda la coincidenza dello svolgimento, proprio ad Alba, capitale della Langa e dei suoi vini, della seconda edizione di Nebbiolo grapes, convegno internazionale dedicato a quel vitigno, il Nebbiolo, di cui Bartolo, attraverso il suo Barolo, è stato uno dei massimi interpreti.

O meglio, una delle persone che più hanno onorato e rispettato quest’uva fantastica e difficile, alla quale occorre accostarsi con umiltà e non certo con la volontà di piegarla ai propri disegni e tornaconti.
Sarà bello, assorbiti da due giorni di relazioni tecniche e dalle degustazioni dei vini che nel mondo si ottengono dal Nebbiolo, ricordarsi, magari dedicandogli un minuto di silenzio, che anche se Bartolo ci ha lasciato, la sua anima sopravvive.

Nei suoi magnifici vini che la sua famiglia continuerà a produrre come lui li avrebbe voluti, nello splendore delle colline di Langa coperte di vigneti, nella testimonianza e nel lavoro di chiunque, amando e rispettando il Nebbiolo e cercando di coglierne tutta la verità, fa sì che Bartolo viva ancora.

Come una sorta di “angelo custode” laico, come da laico Bartolo è vissuto e ci ha lasciato, che veglia sui destini di quel vino unico ed inimitabile, che dai tempi di Camillo Benso, conte di Cavour, chiamiamo Barolo…
f.z.

tratto dal sito Internet Focus wine link

Ricordo di Bartolo Mascarello ad un anno dalla morteultima modifica: 2006-03-08T08:38:41+00:00da franco_tiratore
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